"Mi hanno detto negro e alla fine non ci ho visto"


Ebagua espulso e squalificato. Gli insulti razzisti e gli sputi sono leciti?

Non abbiamo nessuna intenzione di ergerci a paladini dell’antirazzismo, o di buttarci nella ridda di sproloqui retorici che riempiono le bocche dei soloni di turno, ogni volta che su un campo accadono episodi simili a quello di domenica scorsa. Solo, ci piacerebbe invocare un po’ di giustizia e vorremmo equilibrio nei giudizi e nelle sanzioni. Ebagua, che ha sbagliato reagendo agli insulti e provando a farsi giustizia da solo, si è beccato tre turni di squalifica (il Varese avrebbe pure potuto fare ricorso, ma Sogliano è stato categorico: «Non gli darò nemmeno questa soddisfazione»). Chi lo ha provocato tirandogli addosso il ghiaccio, sputandogli e dandogli del negro l’ha fatta franca e domenica sarà regolarmente al suo posto, in campo o in panchina. Così non va.

«COLPITO DA UNO SPUTO»
E' il fatto che questi episodi passino quasi sempre sotto silenzio - certo, Ebagua non è Balotelli e il Varese non è l’Inter - non cambia le carte in tavola: sarebbe bello se arbitri, guardalinee e ufficiali di campo, solitamente troppo impegnati a badare che Sannino non esca dall’area tecnica, buttassero un occhio e un orecchio a quanto succede attorno a loro.
Dal torrido dopo partita di Varese - Lecco sono passati tre giorni, e Giulio Ebagua è sereno nel raccontare quanto è successo. «Abbiamo segnato, e io sono andato sotto le nostre tribune portandomi la mano all’orecchio. Il messaggio era chiaramente rivolto ai tifosi del Varese e suonava come qualcosa del tipo: “Ehi, non vi sentiamo, stiamo facendo un campionato pazzesco e voi siete così in pochi”. La panchina del Lecco ha frainteso, pensando che quel gesto fosse rivolto a loro: da quel momento ne sono successe di tutti i colori». Ovvero: «Ovviamente sono stato insultato, anche pesantemente e mi hanno tirato addosso del ghiaccio. Certo, mi hanno dato del negro, ma questa è una cosa che non mi fa né caldo né freddo: ci sono abituato, capita una domenica sì e l’altra pure. So che nel nostro mondo funziona così». E allora perché la sua reazione furibonda, dopo il triplice fischio? «Alla fine della partita sono andato verso la loro panchina per salutare un mio ex compagno e, perché no, per chiarirmi con l’allenatore e spiegare che non avevo nulla contro di loro. A questo punto il mister del Lecco ha sputato, colpendomi: non so se l’ha fatto apposta, ma io sono andato fuori di testa. Ho sbagliato, e mi dispiace per le giornate di squalifica che penalizzeranno la squadra».

«CHIEDO SCUSA, MA PROVOCAVA»
E allora sentiamo anche l’altra parte della barricata: Oscar Magoni, tecnico del Lecco, colpevole (almeno secondo Ebagua) dello sputo incriminato. «Io - dice il tecnico - sono pagato per difendere la mia squadra: sempre e comunque. Ebagua ci ha provocato, correndo verso la panchina dopo il loro gol portandosi l’indice alla bocca come a dirci di stare zitti. Ovvio che gli animi si siano scaldati, e che siano volate pure un po’ di parole grosse». Anche qualcosa del tipo “Negro di m.”? «Sì, non lo nego e di questo mi scuso a nome della Calcio Lecco nei confronti di Ebagua, che è un gran giocatore. Ma questo è il calcio: io vengo insultato tutte le domeniche, in casa e fuori, però ho la pelle bianca e la cosa non fa notizia. Chiudiamo l’episodio di domenica, che è stato brutto e non avrebbe dovuto succedere perché la partita era finita: però noi siamo stati provocati, infatti il giocatore è stato squalificato per due turni, mentre il
sottoscritto domenica andrà in panchina».
Wilfred Osuji è un ragazzo sveglio e intelligente, nigeriano come Ebagua e come lui bersagliato da insulti e coretti legati al colore della sua pelle.

«E' COSI' SU TUTTI I CAMPI»
Quello che dice non è banale. «Quando gioco in trasferta me ne dicono di tutti i colori, a Viareggio e a Monza abbiamo toccato l’apice. Però io sono in campo, e quando gioco vedo solo la palla e sento solo il mio allenatore: il resto non mi interessa. Certo, son cose brutte: e non mi riferisco tanto agli insulti della gente, quanto al fatto che le società non si schierino contro queste cose. Una società non rappresenta solo la squadra di calcio, ma tutta la città: ed è la città intera a macchiarsi quando succedono episodi del genere».

 

Fonte:"La provincia di Varese"